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26

Gen
2019

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Luigi Re, 60 anni e il Milano per sempre

Da "fratellino" di Paolo ai "terribili fratelli Re", un giocatore che ha fatto la storia del Milano giocando in tutti i ruoli. "Ma le partite indimenticabili sono quelle da catcher, ricordo quando guidai il giovane Gabriels a battere il Bologna... Phares il tecnico decisivo per la mia crescita. Il debutto al Bollate, poi la bella avventura nel Milano: dieci anni indimenticabili, non era più la squadra degli scudetti ma era rimasta la mentalità giusta. Allara, Brusati, Marazzi, Braga, Omiccioli, Giulianelli, quanti amici per sempre... Che feeling con Gigi Cameroni. Lui, Beneck e Castelli i simboli del mio baseball".

“Smentisco. Sono in silenzio stampa…” Luigi Re, come sempre, ci scherza su, cerca di dribblare l’argomento, ma anche per lui sono arrivati i 60 anni, primo compleanno tondo del 2019. “Come ci si sente a 60 anni? Lavoro e aspetto…” sorride alludendo alla pensione che ormai rendono sempre più lontana. “Sono in piena attività, non mi lamento. Però ormai il baseball non lo seguo quasi più, almeno quello giocato. Perché invece a tutti gli eventi del Milano non voglio mancare mai. Anche perché mi fanno rivivere quello che è stato un bel pezzo della mia vita…”
Già, arrivato inevitabilmente al baseball come “fratellino” di Paolo, alla fine è diventato stabilmente compagno di squadra e molte volte anche partner in batteria del fratello maggiore. I “terribili fratelli Re”, come aveva titolato un giornale di tanti anni fa. Luigi infatti, pur non arrivando alla maglia azzurra come Paolo, è riuscito a mettersi alle spalle una bella carriera di 9 anni in serie A1, comprendendo gli inizi nel Bollate, e un totale di 314 partite nel Milano, tra il ’76 e l’88, che lo pongono al 17° posto tra i fedelissimi della maglia rossoblù. Esterno di grande affidamento (soprattutto sinistro: Luigi Re-Spears-Allara è stata una delle più classiche linee di esterni del Milano anni Ottanta), ha iniziato la carriera come catcher, ruolo in cui è stato titolare nel Milano un paio di stagioni (e spesso tornava a mettersi maschera e pettorina in caso di emergenza anche negli ultimi anni), ma Re ha saputo essere anche un prezioso utility, schierato tante volte persino in diamante.
Luigi è nato a Milano il 26 gennaio del ’59, “ma sono cresciuto a Bollate, alla Cascina delle Monache, dove in pratica era obbligatorio giocare a baseball. Lì abitavano Silva e Clerici, i fratelli Mori, Fumagalli, Zanetti e soprattutto la famiglia Soldi da cui cominciò tutto. Anzi, era proprio Guido Soldi che a quei tempi iniziava tutti noi bambini della zona a questo sport. Mio fratello mi ha fatto sicuramente strada, ma in quella situazione probabilmente ci sarei arrivato in ogni caso…”.
- Dunque l’inizio nel Bollate…
“Sì le giovanili e poi il debutto giovanissimo in serie A, nel ’75, quando misero la regola degli under. Ma in quell’anno più che il debutto fu importante il fatto di essere aggregato alla prima squadra, di poter fare gli allenamenti con tutti i giocatori che vedevo dalle tribune. E poi c’era un bel gruppo di giovani come Sergio Radice, che era già arrivato in Nazionale, Minora, Brusati, Borroni, Radaelli, Casarico…”
- E l’anno dopo ti chiama il Milano, che si era appena autoretrocesso in serie A2…
“Sì, a Bollate effettivamente ero un po’ chiuso e così pensai che sarebbe stato meglio andare al Milano dove avrei giocato di più. Ci andai con Zanetti e Strada e fu la mia fortuna perché ho potuto lavorare con un allenatore come David Phares che mi ha praticamente svezzato. E in quella stagione ricordo effettivamente di aver giocato tranto”.
- Un primo anno in rossoblù, ma poi subito di ritorno al Bollate.
“Sì, forse lì sbagliai. Ma poi a Bollate ho avuto modo di giocare anche una bella stagione, nel ’78, quando avevamo cinque grandi stranieri e soprattutto era tornato a Bollate anche Phares come allenatore. Quell’anno mi sono proprio divertito. L’anno dopo invece finì male, con la retrocessione”.
- E a quel punto il passaggio definitivo al Milano che era tornato nel frattempo in A1.
“Sì, nell’80 siamo passati al Milano in gruppo. Volevano tre giocatori del Bollate, ma alla fine gliene hanno regalati altri cinque. E io ero tra quelli regalati… Ma lì è cominciata una bella avventura, che è durata praticamente per tutti gli anni Ottanta e che mi ha legato a questo club per sempre. Sono stati anni molto belli, anche se io ho smesso di giocare abbastanza presto, perché in fondo non avevo nemmeno 30 anni… “.
- Che ricordo hai del Milano di quegli anni?
“L’organizzazione. Si vedeva che, pur non essendo più un club da scudetto, arrivava da anni importanti. Anche se era un Milano un po’ decaduto per mancanza di sponsor di livello, lo spirito e il modo di giocare era rimasto quello dei bei tempi, probabilmente trasmesso dal gruppo dei dirigenti. Una squadra seria, insomma, in cui l’obbiettivo era sempre quello di vincere. Poi magari non ci riuscivamo, ma si giocava per quello. Ed era la mentalità giusta. Tanto è vero che, quando abbiamo trovato un po’ di soldi, abbiamo anche fatto delle belle stagioni”.
- Come il quinto posto raggiunto con la Cei nell’84…
“Sì, il divario con le grandi era difficile da colmare, ma quell’anno ad esempio ce la siamo giocata con tutti”.
- Il tuo esordio nel Milano risale al 1° maggio ’76, in A2: una partita persa 7-6 a Coronno. Te lo ricordi?
“Mi ricordo che giocavo catcher e lanciava Fabio Strada. Ma soprattutto mi ricordo che in prima giocava Phares che a fine partita mi ha fatto notare che non stavo abbastanza attento al corridore in prima e che se lo avessi guardato di più, avremmo potuto prenderlo fuori base e vincere la partita… Ma io ero talmente teso e concentrato a ricevere i lanci di Strada che non avevo certo in mente di guardare anche in prima base…”
- C’è una partita indimenticabile nella tua carriera?
“Boh… ne ho giocate tante… Forse una a Torino in cui ho dovuto giocare catcher perché l’americano che avevamo si era fatto male e anche Omiccioli non poteva giocare. E lanciava Cherubini. L’allenatore era Passarotto che mi disse di non preoccuparmi se avessero rubato, ma io presi subito un corridore in seconda e mi andò bene, perché non si mossero più… A livello di squadra invece mi ricordo un anno in cui siamo andati a vincere due partite a Nettuno, dove già è difficile portane via una… Era l’anno della Cei e noi avevamo Spears, Di Marco eccetera. Vincemmo grazie alla mentalità di cui ti parlavo prima e ricordo la grande allegria del viaggio di ritorno. Negli ultimi anni invece mi ricordo una partita in cui ho ricevuto con Gabriels lanciatore praticamente al debutto e abbiamo vinto con il Bologna al Kennedy. Lui era molto giovane e io sostanzialmente l’ho guidato alla vittoria”.
- E la partita da dimenticare?
“Quelle perse con il Bollate nel derby contro il Milano del ‘79 che ci condannarono alla retrocessione. Anche se poi mi fece piacere per Giulianelli che fece 4 su 4 contro Radaelli, giocando forse la miglior partita della sua carriera”.
- L’allenatore che ti ha dato di più?
“Da ragazzino sicuramente Phares. Lui era un personaggio difficile, molto esigente, ma certamente è quello che mi ha dato gli input più importanti. Poi ho avuto Gigi Cameroni, un grandissimo per lo spirito e la verve: ci piacevamo a vicenda. Ma io mi sono trovato bene con tutti, mi piaceva Passarotto, anche se forse lui aveva ancora molto la mentalità da giocatore… E a fine carriera ho avuto anche Mazzotti come manager”.
- Il tuo idolo da ragazzo?
“Gli americani che giocavano a Bollate. Prima Phares e Pillow, poi Rick Spica”.
- Il tuo compagno ideale?
“Ne ho forse dieci… Tutto il gruppo con cui ho vissuto quella bella avventura. Con tutti i riti del campo: prima della partita dovevo scaldarmi sempre tirando con Piero Allara, poi dovevo fare pepper con Marazzi e Brusati… E poi Braga e Omiccioli.. E poi… insomma tutto il Milano di quegli anni Ottanta”.
- Il campo preferito?
“Il Kennedy. Sicuramente. Bologna era troppo lungo… A Parma la palla rimbalzava troppo…”
- E la trasferta?
“Forse Bologna, anche se al Falchi non ho mai fatto delle grandi partite. Però una volta ricordo che ho battuto un triplo a Corradini”.
-La squadra in cui avresti voluto giocare?
“Il Milano. Da ragazzino mi sarebbe sempre piaciuto giocare nel Milano e ci sono riuscito”.
- Allora facciamo la squadra ideale di tutti quelli con cui hai vissuto quella avventura…
“ Come lanciatori c’è solo da scegliere: Cherubini, mio fratello Paolo, Di Marco che non era tanto simpatico ma tirava… Poi Braga, sennò me la mena… E poi da ragazzino ho ricevuto anche Silva. Tra i catcher idem: Radice, Omiccioli, Fraschetti… In prima Dummar o Guerci. In seconda Brusati, in terza Borroni, interbase Passarotto, o Mitchell, o Sergio Marazzi. Esterni Pasotto a sinistra, Spears o Paolo Re al centro e a destra Allara, ca va sans dire...”
- E tu?
“Io in panca”.
- Chi è stato il miglior pitcher italiano?
“Due bollatesi: Radaelli e Silva”.
- E il miglior battitore?
“Da scegliere tra Castelli, Bianchi e Carelli. Tre grandi giocatori dei miei tempi”.
- Lo straniero che ti ha colpito di più?
“Quello che mi ha colpito più forte è Farina. Una sassata sul gomito sinistro una volta a Parma… sono dovuto uscire… Scherzi a parte, Farina è stato sicuramente uno dei più grandi lanciatori. Ma ricordo anche Minetto, soprattutto perché con noi a Bollate perse una delle sue pochissime partite. Come battitori invece ricordo Kim Andrew”.
- I tre personaggi simbolo del baseball italiano?
“Da ragazzo sentivo molto parlare di Bruno Beneck e penso che come presidente sia quello che abbia portato il baseball al suo massimo splendore. Come allenatore, per il carisma, direi sicuramente Gigi Cameroni. E come giocatore simbolo dei mie anni ci metterei Giorgio Castelli”.
- Lo sportivo che ti piace o ti piaceva di più, fuori dal baseball?
“Pietro Mennea. Per uno che ha fatto sport, era un modello intrigante, un campionissimo”.
- C’è una squadra per cui tifi extra baseball?
“Sono moderatamente interista. Ma io fuori dal baseball amo soprattutto gli sport di montagna: sci e sci-alpinismo”.
- E nel baseball Usa?
“Gli Yankees”.
- L’evento sportivo che ti ha emozionato di più?
“Dal vivo la finale dei Mondiali di baseball dell’88 a Parma tra Cuba e Usa con il fuoricampo di Lourdes Gurriel. Quella partita all’Europeo di Parma credo sia stato il massimo per il baseball in Italia. In tv invece devo dire i due mondiali di calcio vinti dall’Italia nell’82 e nel 2006”.
- Chiudiamo con un messaggio per gli amici del Milano.
“Vorrei ringraziati. Ma vorrei proprio che lo scrivessi, perché da un lato questa intervista mi ha ricordato che sto invecchiando, ma dall’altro mi fa piacere perché con queste iniziative tieni viva l’attenzione su questa squadra, sul suo passato e su tutti i suoi protagonisti. Un po’ come il vostro film pieno di bellissimi personaggi e di storie curiose: in fondo se non aveste preso questa iniziativa si sarebbero perse o nessuno le avrebbe conosciute. E invece restano un bellissimo ricordo”.
Grazie, allora buon compleanno. Ma detto sottovoce.

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