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Redaelli, dal baseball al golf, 80 anni di swing

Compleanno importante per Guido Redaelli, il terza base dei primi scudetti del Milano, uno dei primi giocatori usciti dalle nostre giovanili e uno dei nostri più giovani esordienti in serie A. "Sono cresciuto all'ombra dei pionieri. Sergio Setti quello che mi seguiva di più, Milesi mi regalò il primo guanto. Donnabella veniva a chiedere a mia madre il permesso di portarmi in trasferta. E facevano la colletta per farmi viaggiare con loro: avevo appena 16 anni... Van Zandt il più grande allenatore, Cameroni sapeva tenere assieme il gruppo. Glorioso il più bravo, ma io soffrivo Tagliaboschi. La partita più bella in Nazionale: fuoricampo al primo turno in battuta. E adesso mi tengo in forma giocando a golf"

Oggi riavvolgiamo il nastro della storia del Milano di parecchie stagioni: il compleanno da festeggiare è infatti di quelli speciali, le 80 candeline sulla torta di Guido Redaelli, Guidino per i pionieri del baseball che l’avevano adottato come raccatta mazze, come bat boy negli anni del dopoguerra, quando al Giuriati andavano in scena le prime partite del Milano. E Guidino Redaelli è stato di fatto uno dei primi prodotti del vivaio milanese, se così si può dire, visto che si ritrovò in una delle prime squadre giovanili che vennero create in Italia. E da lì cominciò la sua carriera che lo porterà ad essere una delle colonne dell’Europhon nella prima metà degli anni Sessanta, terza base dei primi scudetti rossoblù. Nato a Milano il 5 giugno del ’36, Guido Redaelli ha vinto quattro scudetti e ha giocato 180 partite nel Milano che lo rendono il 32° giocatore della storia rossoblù per numero di presenze. Ma soprattutto ha debuttato in prima squadra giovanissimo nel 1952, contro il Bologna in serie A, ad appena 15 anni, 11 mesi e 22 giorni. Solo altri sette giocatori, per la statistica, hanno debuttato in serie A con la maglia del Milano più giovani di Redaelli: Bob Gandini, il recordman assoluto (15 anni, 2 mesi e 21 giorni nel ’53), poi Carestiato, Monelli, Novali, Mazzotti, Bacio e Oberti; sono loro con Redaelli i magnifici otto esordienti in prima serie che non avevano ancora compiuto 16 anni.
E oggi che di anni ne ha 80, “Guidino” Redaelli continua ad andare in campo con la mazza, anche se è quella da golf: “Sì mi mantengo in attività così, gioco un’oretta quasi tutti i giorni, mi aiuta a sentirmi in forma… E pensa che ho cominciato a giocare a 70 anni, poi è diventata una vera passione. Ho un solo rimpianto, che ci eravamo ripromessi di andare a giocare con Gigi (Cameroni, ndr) e con Ugo (Balzani, ndr), ma purtroppo…”
Già, due amici che se ne sono andati, due dei tanti personaggi a cui sono legati i ricordi di Redaelli. A partire da quel lontano Milano dei pionieri che aveva visto giocare la prima storica partita del Giuriati nel ’48 (“Ma me la ricordo vagamente, mi ricordo solo di Max Ott in mezzo al campo…”). Poi i primi allenamenti con gli altri ragazzi del Milano e con la prima squadra: “Sì a 15 anni andavo già con i grandi che si allenavano nell’antistadio del Giuriati. Ricordo che uno di quelli che mi stava più vicino era Sergio Setti, esterno, grande atleta: mi ha insegnato molto. Il primo guanto invece me l’aveva regalato Milesi, che l’aveva avuto dai militari americani… Io tenevo le mazze durante le loro partite, poi decisero di farmi giocare. Ricordo che era venuto Doriano Donnabella a parlare con mia madre per farmi andare in trasferta con la squadra, mentre tutti i giocatori facevano ”la colletta per Guidino”, per permettermi di viaggiare con loro. Con Doriano c’era un bel rapporto: ricordo che quando si laureò gli regalammo la toga da avvocato che era stata di mio padre, che era morto giovane ma aveva fatto in tempo a fare una carriera importante, tanto che era diventato il legale della Gilera. Soltanto che mio padre era un pezzo d’uomo alto uno e ottanta, mentre Doriano in quella toga ci ballava dentro…”
- Che baseball era quello di quegli anni?
“Mah, la cosa che mi colpisce di più, ripensandoci, è che attirava un gran pubblico. Al Giuriati, soprattutto, ma anche al Forza e Coraggio e poi al Pirelli, c’era sempre gente un po’ dappertutto, almeno un migliaio di persone. Pubblico che abbiamo un po’ perso quando siamo passati al Kennedy e che ci abbiamo messo un po’ di anni a recuperare”.
- Qualcuno dice che quel primo Milano era un po’ snob…
“C’erano molti studenti universitari, c’erano personaggi di un certo livello come Emilio Lepetit, Cantani, Milesi, Chiapasco, ma non direi snob. Chiapasco era un giocatore molto forte, anche lanciatore. Setti era stato un atleta vincente anche in altri sport. Donnabella era il più raffinato, era uno stilista del baseball: l’ho rivalutato molto proprio quando ho cominciato a giocare a golf, perché lui anticipava molto con i fianchi il movimento delle braccia, quasi come se fosse il corpo a trascinarle. Lui batteva così. Mi è venuto in mente quando ho visto un filmato di un grande golfista del passato come Ben Hogan che spiegava le affinità tra il movimento del baseball e quello del golf. Poi c’era un personaggio vulcanico come Leo Costa. E c’era Marco Res, che ai tempi faceva l’attore di fotoromanzi e si vergognava un po’ perché quando andavamo in giro tutte le donne lo riconoscevano: pensa che l’avrei ritrovato un po’ di anni più tardi nella ditta farmaceutica in cui andai a lavorare e dove lui faceva il chimico…”
- Tutta la tua carriera è legata al Milano, tranne quei due anni all’Inter, quando il Milano finì in serie B…
“E noi passammo per traditori… Perché io, Cameroni e Gandini andammo a giocare con l’Inter per restare in serie A. Ma sinceramente io non ricordo nemmeno come è andata quella storia. Io ho seguito il Gigi e ho lasciato fare a lui… In quegli anni arrivai anche a un passo dalla Nazionale, ma dovetti rinunciare perché mi sono rotto una clavicola. Poi in Nazionale ci andai qualche anno più tardi, agli Europei di Amsterdam del ’62, ma anche la clavicola me la ruppi un’altra volta. Finchè in azienda non mi dissero: senta, ma lei vuole lavorare a vuole giocare a baseball…?”
- Ricordi il tuo debutto in serie A?
“So che era il ’52, avevo 16 anni, ma sinceramente non ricordo la partita…”
- Nella tua carriera c’è invece una partita indimenticabile?
“Sì, in Nazionale. Agli Europei in Olanda, feci un fuoricampo al mio primo turno in battuta in azzurro contro il Belgio. Io che non ero per niente un fuoricampista: ne avrò fatti un paio in tutta la mia carriera… Un record che Bob Gandini mi ha simpaticamente rinfacciato per anni, lui che era un grande bomber. Il fatto è che in quei quindici giorni con la Nazionale ho visto che cosa voleva dire allenarsi veramente: nel Milano io, rispetto a gente come Gandini o come Ugo Balzani, mi allenavo molto meno, uscivo dal lavoro e correvo al campo, mentre loro erano sempre là… Così quei quindici giorni in Nazionale mi cambiarono completamente”.
- E la partita da dimenticare?
“Quando Cameroni mi ha voluto far lanciare al Giuriati… Un vero disastro: mi tolse dopo un inning. Lanciare era proprio una cosa che non riuscivo a fare…”. (Per la cronaca era la prima giornata del campionato 1959, Milano-Pirelli: Redaelli pitcher partente lanciò 0,1 inning con due basi ball, poi Cameroni decise di andare sul monte al suo posto).
- L’allenatore che ti ha dato di più?
“Van Zandt sicuramente. Era veramente forte, poi essendo sostanzialmente un militare usava dei metodi speciali: se sbagliavi ti faceva mettere a novanta gradi e ti prendeva a pedate nel didietro… E’ lui che nei primi anni mi aveva insegnato a fare il catcher, facendomi fare il giro del campo in posizione da ricevitore. Però avevo imparato, ricordo che anche Biro Consonni si trovava bene con me dietro il piatto: “te tegnet tutt i balett…”. Ma il mio vero ruolo è stato quello di terza base”.
- Da ragazzo, in quel Milano dei pionieri, avevi un idolo?
“Beh direi Sergio Setti, ma anche Chiapasco che era un giocatore originale, uno che capivi che si divertiva tantissimo, era anche un bel lanciatore. E poi Lepetit, un altro molto signorile fin da giocatore. Un po’ come negli anni successivi era Turci, uno tutto attento alla divisa, alle scarpe pulite, un esteta del baseball: il contrario di quello che ero io…”
- Ma il tuo compagno ideale?
“Quello con cui ero più affiatato era certamente Bob Gandini. Ma anche con Gigi abbiamo passato tanto tempo insieme. E poi lui era bravissimo a tenere unita la squadra, che era il vero segreto di quel gruppo vincente, tutti soprattutto amici”.
- La più grande soddisfazione?
“Forse lo scudetto vinto nello spareggio di Bologna nel ‘60 contro la Roma: lanciava Folli. Ricordo che quando abbiamo fatto l’ultimo out in seconda proprio su Glorioso, lui si è complimentato, si è tolto lo scudetto e ce l’ha consegnato…”.
- Il campo preferito?
“Il Giuriati, perché è quello dove ho cominciato e dove ho vinto tanto. Però ho giocato bene anche al Kennedy”.
- La trasferta piùà bella?
“Beh era sempre bello andare a Roma, perché si viaggiava in treno, c’era il rito della sosta a Bologna per comprare il sacchetto con i tortellini da mangiare. E poi si tornava di notte e io che ero il più giovane dovevo sempre dormire dove si mettono le valigie”.
- Facciamo la squadra ideale dei tuoi compagni di avventura?
“Il pitcher per forza Glorioso con il Gigi catcher. In prima Goldstein, in seconda Ugo Balzani, io in terza e Spinosa interbase. E all’esterno puoi mettere Gandini al centro, Andrea Balzani a sinistra e magari Novali a destra se Goldstein giocava in prima”.
- C’è una squadra in cui avresti voluto giocare?
“No, pensa che non ricordo praticamente nulla nemmeno di quei due anni passati nell’Inter”.
- Il miglior pitcher italiano?
“Glorioso. Anche se io non lo soffrivo più di tanto. Mi dava molto più fastidio Tagliaboschi”.
- E il miglior battitore?
“Gandini. Ricordo che usavamo la stessa mazza: 33 con manico grosso. Ma con effetti un po’ diversi…”
- I tre personaggi simbolo del baseball italiano?
“Gigi Cameroni di sicuro. Poi direi Glorioso. Come dirigenti non lo so, perché io non sono mai stato un politico, non mi sono mai interessato… Posso dirti chi è stato importante per il Milano come Lepetit, perché quando c’erano un po’ di difficoltà ci pensava sempre lui… Ma anche di Gianni Ghitti ho un bel ricordo”.
- Tifi per qualche squadra fuori dal baseball?
“No. Anche il calcio non mi interessa”.
- E nel baseball americano?
“Mi piace seguirlo su internet, guardare le azioni più belle. Ma non ho preferenze”.
- C’è uno sportivo che ti piace o ti è piaciuto in particolare?
“Oggi mi piace molto uno come l’americano Spieth, che è il talento emergente del golf”.
- Dunque torniamo sempre al golf…
“Sì, è uno sport che ti prende completamente. E soprattutto per me ha rappresentato la continuità con il baseball. Essere abituati a girare la mazza ti aiuta molto. Lo consiglio a tutti quelli che non hanno più l’età per giocare a baseball: passate al golf e vi divertirete”.
Consiglio girato, caro Guido. Auguroni e complimenti per i tuoi 80 anni sempre in buca.

Anche sulla nostra pagina facebook la fotogallery di Guido Redaelli

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