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17

Giu
2014

Gigi Tomasella, 60 anni sempre in viaggio

Ex lanciatore della Mediolanum e di un'infinità di altre squadre. Sempre in giro con il camion e tanta passione a bordo: "Mi manca tanto il baseball che mi ha fatto conoscere tanta gente. Sono cresciuto a Montreal per cui in una grande città come Milano mi trovavo come a casa. Che emozione giocare con Jim Morrison. Berlusconi ha fatto parlare anche di baseball, poi non l'ha fatto più nessuno. Mike Pagnozzi, che lanciatore. San Marino, Bologna, Firenze, Grosseto: ho trovato amici dappertutto. Mi è mancata la nazionale"

Un’immagine su facebook, una specie di foto tessera, un nome e un cognome familiari, Luigi Tomasella, la tentazione di contattarlo: “Signor Tomasella, ma lei si occupava di baseball?”. “Sì, sono io: el Gigion de Pordenon…”. E via con le risate. Gigi Tomasella è ricomparso dal nulla (almeno per noi) alla vigilia dei 60 anni che compie oggi, essendo nato il 17 giugno del ’54 a Pordenone. Punto di partenza per una vita sempre in viaggio: emigrato in Canada negli anni Cinquanta, con la famiglia che si stabilisce a Montreal, rientrato in Italia diciassettenne e ripartito subito dalla sua Pordenone per andare a giocare a baseball in quasi tutte le città d’Italia, compresa Milano dove fu protagonista per un biennio (’90-91) con la Mediolanum che vinse due coppe Italia e una coppa delle Coppe: 37 presenze in campionato; 124.2 riprese lanciate, 9 partite vinte.
“60 anni, purtroppo. Ma dai, sono soddisfatto, anche perché fisicamente sto bene, devo dire grazie alla mamma. Certo ormai sono lontano dal baseball da tanto tempo, ma continuo a viaggiare per lavoro. Praticamente dopo la mia ultima stagione in A1 col Grosseto nel ’92, sono tornato a dare una mano al Pontedipiave, ma ormai il braccio, la spalla, l’età…. Ho pensato di fare qualcosa come tecnico, ho allenato anche una squadra di softball qui in zona. Poi ho detto basta”.
- E il baseball ti manca?
“Moltissimo. Lo spirito agonistico, la vita di squadra, le persone che frequentavo, il piacere di fare lo sport e di fare proprio uno sport di squadra. Che vuol dire trasferte, amicizie, relazioni. Insomma, mi manca proprio tutto quel mondo lì”.
- Ma lo segui ancora?
“Sì, sui siti, qualche volta in tv, vedo chi gioca, fino a qualche tempo fa c’era ancora qualcuno dei miei tempi, tipo Cabalisti. Non so come abbia fatto con il braccio, probabilmente è bionico…”
- E poi c’è il “tuo” San Marino che sta vincendo scudetti a ripetizione.
“Sono contento, Quando ci andai io era all’esordio in prima serie, muoveva i primi passi, giocavamo per salvarci. Però ho giocato con Doriano Bindi e lo conosco bene. Mi fa piacere anche per lui…”
-Ma come nasce un giocatore di baseball a Pordenone?
“Infatti io non nasco come giocatore a Pordenone, ma in Canada, dove sono emigrato bambino con la mia famiglia. Ho imparato a Montreal, anche se io da ragazzo giocavo soprattutto ad hockey ghiaccio. Anzi, quando sono tornato in Italia a 17 anni ho fatto anche un provino per il Cortina, ma ero troppo giovane… Comunque anche a Pordenone, allora c’era una squadra: avevamo la fortuna di essere vini alla base americana di Aviano e da lì veniva a giocare qualche militare, tutta gente molto disponibile a insegnare. Quando sono rientrato però ho ripreso da Buttrio e da lì è cominciata la mia carriera”.
-Che ti ha portato un po’ dappertutto…
“Sì, prima a Ponte di Piave, con una parentesi a Trieste, poi a San Marino, Bologna, Firenze, Milano, Grosseto…”
-Quanti chilometri hai fatto per giocare?
“Un miliardo. Probabilmente potevo andare su Marte e ritorno. Però a quei tempi facevo il camionista. Organizzavo i viaggi in base alla città dove dovevo andare per il baseball, facevo le consegne e andavo ad allenarmi o a giocare. D’altra parte io avevo la proprietà del mio cartellino e mi mettevo a disposizione di chi mi offriva di più. Ero una specie di free agent… Mettevo il sacrificio e cercavo il guadagno. E ho avuto la fortuna giocare fino a un’età avanzata, anche se sono arrivato tardi in serie A”.
- E di tutte le squadre in cui hai giocato che ricordo ti è rimasto?
“Beh, ogni società ha le sue caratteristiche, però mi sono trovato bene dappertutto. Il comune denominatore è che tutti facevano grandi sacrifici. Certo, a Milano mi sono trovato una grande città, e per me che sono cresciuto a Montreal era come tornare a casa. Ma anche Firenze è una città bellissima. E a San Marino avevo il mare a due passi”.
- Ma è bello cambiare continuamente squadra? O avresti preferito legare la tua storia a un solo club?
“Io ero contento di cambiare. Certo, ti piacerebbe giocare per la città dove sei nato, ma io partivo da Pordenone… E poi frequentare tante realtà accresce il tuo bagaglio di maturità, di conoscenze. Io ho giocato in tante regioni e mi sono fatto amici dappertutto. Però ai tempi non c’era facebook, non c’era nemmeno il cellulare e non era facile mantenere le relazioni…”
- Che giocatore è stato Gigi Tomasella?
“Uno che ha cercato sempre di dare il massimo. Che partecipava ai successi della squadra. Un atleta che si preparava seriamente. Insomma, per il nostro baseball, ho cercato di essere un professionista vero”.
- Parliamo allora delle tue squadre. Partiamo da Trieste?
“No, partirei da Ponte di Piave, perché con Trieste ho debuttato in A1 ma è stata un’operazione un po’ forzata. La federazione spingeva per recuperare il campo di Prosecco e fecero una specie di nazionale del Triveneto in cui c’era anche Cabalisti. Ma fu un’esperienza che finì subito. Col Ponte ho vinto la B, che allora era la seconda serie, lanciando nella finale vinta su San Marino 1-0, ma poi la società dovette rinunciare alla promozione. E visto che il San Marino venne ripescato pensò di chiamarmi. E quello per me fu il vero debutto in serie A, con una società che era al suo primo anno al vertice ma che aveva già delle ambizioni. Avevano appena fatto il campo, l’illuminazione, eccetera”.
- E l’anno dopo a Bologna…
“Sì con l’impatto con una squadra molto organizzata, professionale. Capivi che c’era una storia alle spalle: staff tecnico, organigramma societario, giocatori di livello con un Bianchi in piena ascesa”.
- Poi due anni a Firenze.
“Sì, due stagioni molto belle anche quelle: dirigenti che facevano grandi sacrifici, una certa rivalità con Grosseto, purtroppo poco pubblico. Ma sono stato trattato molto bene. E anche lì ho trovato grandi amici: c’era Donninelli, c’era Sheldon che era appena arrivato in Italia…”
- Le due buone stagioni di Firenze ti aprirono le porte di Milano…
“Sì e Milano in quel momento era professionismo puro. Nel mondo del baseball un’organizzazione come quella della Mediolanum non eravamo abituati a vederla… C’era dietro una struttura fatta da gente abituata a gestire grandi eventi, facevamo trasferte in alberghi di grande livello... E poi c’era Jim Morrison, uno che da solo valeva tutta l’avventura: un esempio incredibile di atleta, grandissima tecnica, grande disponibilità: se in Major league sono tutti così…. Ecco, con lui in squadra posso dire di aver toccato con mano un pezzo di Mlb. Ed era soprattutto un grande esempio per gli altri, immagino che cosa avranno vissuto i ragazzini che cominciavano a giocare e avevano tutti i giorni sotto gli occhi un giocatore così. Nella mia carriera ho giocato solo con un altro che si avvicinava a quei livelli, Mike Pagnozzi lanciatore americano del Trieste, mancino di una naturalezza straordinaria: guardavi i suoi movimenti e avevi tutto da imparare. E anche lui era uno disponibilissimo, ci spiegava come giocare tutti i battitori”.
-E dopo Milano hai chiuso a Grosseto
“Sì in un momento di ricambio generazionale, una squadra che non era da scudetto ma che aveva sempre un grandissimo pubblico. Ma per andare da Pordenone a Grosseto il viaggio era anche molto lungo…”
- In tutti questi anni qual è stata la tua partita indimenticabile?
“Ne ricordo una in particolare, con la maglia del Bologna: vincemmo 3-0 sul Parma e lanciai 9 inning. Ricordo che a Bologna ci fu subito tutto l’interesse per me da parte dei giornali, delle tv locali. In quel periodo mi arrivò anche la convocazione a uno stage della Nazionale, ma poi tutto finì li. In azzurro non ho mai giocato”.
- E la Nazionale ti è mancata?
“Beh, chiaro. Per ogni atleta credo che sia la massima aspirazione”.
- C’è anche una partita da dimenticare?
“Ce ne sono tante, purtroppo. Meglio non pensarci”.
- Qual è l’allenatore che ti ha dato di più?
“Giaguaro Miani a Ponte di Piave: mi ha impostato e mi ha anche aiutato molto psicologicamente e moralmente. Un tecnico preparato anche se ostico, era uno che non guardava in faccia a nessuno. Però devo dire che ho imparato da quasi tutti i miei allenatori. Ricordo in particolare Toro Rinaldi o lo stesso Mauro Mazzotti che poi ha fatto una carriera incredibile, uno che ha studiato molto e penso che abbia fatto anche molti sacrifici”.
- Da ragazzo avevi un idolo?
“Beh, quando ero in Canada era Carl Yastrzemsky, una leggenda del baseball. Poi, tornato in Italia, mi colpì subito Carelli, che gran giocatore”.
- Il tuo compagno di squadra ideale?
“Molti. Ho però un ricordo particolare di Claudio Donninelli e Dodo Uberti: a Milano avevamo legato molto, eravamo sempre assieme ed era nata una bella amicizia. Mi ricordo che ci avevano messo in un appartamento extra lusso in corso Monforte, in pieno centro, andavamo in Duomo a piedi… Mi ricordo che ci siamo aiutati molto anche nei momenti di depressione, soprattutto per Doninelli che si era infortunato ed ebbe una stagione difficilissima”.
- La più bella soddisfazione?
“Con il Bologna, forse, quando giocammo le semifinali col Grosseto in uno stadio pienissimo. Ma anche la salvezza col San Marino nel mio primo vero anno in A”.
- C’è qualcosa che non rifaresti?
“Forse il fatto di essermi sempre spremuto per lanciare 9 inning: 140-150 lanci ogni volta… Ma da giovane sei stupido e sbagli. E poi allora non c’erano tutti i rilievi che ci sono oggi, gente che entra anche per lanciare un inning. E non c’erano nemmeno i pitching coach che ti curavano. Ne ricordo solo uno eccezionale, Phil Cundari a Milano, uno che conosceva bene la psicologia dei lanciatori”.
- Il campo preferito?
“Bologna. Perché era un ottimo terreno e aveva sempre gli spalti pieni”.
- la trasferta più bella?
“A Nettuno, per forza. Anche perché c’era il mare. La peggiore invece a Novara, per le zanzare… Che incubo”.
- Ci dici la squadra ideale dei tuoi compagni di squadra?
“ Pitcher straniero Mike Pagnozzi, italiani Radaelli e Cabalisti; catcher Andrew Riccio, un americano che riceveva Pagnozzi a Trieste; in prima Bianchi o Matteucci, un grandissimo battitore, in seconda Capuozzo, uno che prendeva tutto, in terza Peonia, interbase Morrison; esterni Manzini, Mazzieri e Bianchi se non lo mettiamo in prima”.
- Chi è stato il miglior battitore italiano?
“E’ una bella gara tra Matteucci, Bianchi e Carelli, ma su quest’ultimo era veramente impossibile lanciare… E’ l’unico italiano che paragonerei a Morrison. Che ovviamente è stato miglior straniero che ho visto in Italia”.
- E il miglior lanciatore?
“Mike Romano aveva un dritto velocissimo, ma aveva meno alternative di lancio rispetto a Farina. E poi Olsen, un signor lanciatore, quello che ha aperto l’epoca d’oro di Grosseto. Ecco, lui lo metterei sui livelli di Pagnozzi”.
- E il lanciatore italiano?
“Beh gli italiani non avevano la preparazione degli americani, ma qualcuno ha saputo raggiungere degli ottimi livelli. E penso a gente che ha lanciato pert tanti anni come Radaelli, Ceccaroli o Cherubini che adesso ho visto che viene imitato dal figlio. E erano anche ragazzi generosissimi, che mi hanno aiutato molto quando ho giocato con loro”.
- C’era un battitore che era la tua bestia nera?
“Un battitore? Una squadra…. la Roma. Quando la incontravo mi faceva sempre impazzire, tutta gente che andava per fare contatto, non facevo mai un kappa”.
- Tre personaggi simbolo del baseball italiano
“Aldo Notari, che ha cercato di fare veramente molto per il movimento. Roberto Bianchi, perché quando è stato invitato in America, vent’anni dopo Rinaldi, ha fatto veramente notizia in Italia. E infine ti dirò Silvio Berlusconi, perché negli anni della polisportiva Mediolanum ha dato l’occasione al baseball di avere attorno un certo fermento, una certa pubblicità. Cosa che poi non si è più vista”.
- Lo sportivo preferito?
“A me piace lo sport pulito, è una mia fissazione. Per cui non ti nascondo che ho avuto tante delusioni, se penso a personaggi come Armstrong, ma anche come Pistorius. Attualmente mi piace molto Bolt, mi sembra uno trasparente, non è mai nelle cronache extrasportive. Le cadute di questi grandi personaggi sono bruttissime, penso alle delusioni che possono provare i giovani…”
- La squadra al di fuori del baseball?
“Il Milan, ma soprattutto da sempre i Montreal Canadiens di hockey”.
-La squadra del baseball Usa?
“Gli Yankees”
- L’evento sportivo che ti ha emozionato di più?
“Tutte le Olimpiadi in generale. Penso a quanti sacrifici hanno fatto tutti quegli atleti. Allo spirito olimpico ci tengo molto. Cosa avrei dato per farne una…”.
- Un messaggio ai tuoi amici di Milano?
“Sono stato benissimo con voi, ho avuto delle belle amicizie, vi ricorderò per sempre. Magari potessi tornare a quei tempi…”
Grazie Gigi, ti aspettiamo per una rimpatriata. Tanto tu sei sempre in viaggio. E auguroni.

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